DISTACCO DI RETINA

La retina, strato più interno del bulbo oculare, è la struttura dove sono localizzati i recettori retinici (coni e bastoncelli – 120/130 milioni), elementi che trasformano gli impulsi luminosi in informazione chimico-elettrica; da lì una fitta rete di connessioni nervose viene convogliata a una parte della corteccia cerebrale (corteccia visiva occipitale) generando la visione.

È uno strato sottilissimo (350 micron al polo posteriore, 180 micron in periferia retinica) e la sua aderenza agli strati sottostanti è garantita da un complesso meccanismo chimico-ionico, il cui presupposto principale sta nella sua integrità.

Il Distacco retinico ha una incidenza circa 1/10000. Di solito l’esordio del distacco retinico e dei suoi sintomi è abbastanza repentino. Frequentemente all’esordio si possono avvertire fosfeni (sensazioni luminose/lampi laterali); compare poi una sensazione di perdita del campo visivo laterale (“una tenda scura”) più o meno evidente a seconda dell’estensione di retina distaccata.

I principali fattori predisponenti sono: la presenza di degenerazioni retiniche regmatogene (soprattutto degenerazioni a lattice) che rendono la retina più fragile; la presenza di fori o lacerazioni retiniche; la miopia, in cui c’è un bulbo oculare più allungato, una retina più sottile e fragile, e una maggiore presenza di aree degenerative periferiche; gli esiti di un intervento di cataratta (soprattutto in pazienti più giovani); i traumi sia diretti sull’occhio sia indiretti (traumi cranici); la familiarità per alterazioni retiniche; il distacco posteriore di vitreo che può indurre trazioni sulla periferia retinica.

Cercando di schematizzare possiamo suddividere i distacchi retinici in regmatogeni (dovuti alla presenza di rotture retiniche) e non regmatogeni/trazionali, in cui il ruolo preminente è svolto da forti trazioni sulla retina da parte del vitreo, da membrane e briglie di trazione esito di emorragie vitreali (retinopatie proliferanti). I distacchi retinici regmatogeni, i più frequenti, e a cui in questa sede dedicheremo l’attenzione, sono provocati da fluido vitreale che si insinua attraverso rotture retiniche, staccando la retina.

La progressione di un distacco di retina può essere più o meno rapida. È importante che il distacco non coinvolga l’area centrale retinica (macula) e che non passi troppo tempo dalla comparsa del distacco al trattamento. Nel lasso di tempo che separa la diagnosi al trattamento è necessario riposo, onde prevenire una estensione del distacco.

Alcuni esami possono essere utili nella diagnosi differenziale del distacco di retina (Fluorangiografia retinica, OCT, Ecografia oculare).

La gestione di un distacco retinico è fondamentalmente chirurgica: interventi episclerali (“ab-externo”) o interventi di vitrectomia (“ab-interno”). La differenza sostanziale tra le due metodiche è che mentre quelli ab-externo non prevedono l’apertura del bulbo oculare, la vitrectomia necessita di vie d’accesso all’interno del bulbo. Nella chirurgia episclerale la strategia è quella di avvicinare la parte esterna del bulbo oculare alla retina distaccata.

Occorre piazzare sulla parete esterna sclerale degli impianti, prevalentemente di silicone (piombaggi e cerchiaggi) che, deformando la parete sclerale, la portano a contatto con la retina distaccata. Nel corso dell’intervento poi vengono eseguiti piccoli fori (punture evacuative) che fanno fuoriuscire il fluido vitreale accumulatosi sotto la retina distaccata.

Vengono poi eseguite delle applicazioni di freddo con sonde particolari appoggiate alla sclera in corrispondenza delle rotture retiniche (criotrattamenti) con lo scopo di ottenere una cicatrice che chiude i fori e le lacerazioni. Questo tipo di intervento, più frequentemente eseguito nei casi in cui non sono presenti forti trazioni vitreali sulla retina, necessita di una anestesia locale o generale.

 

Diverso è il caso delle vitrectomie in cui è necessario penetrare all’interno dell’occhio mediante alcuni forellini sulla parete sclerale. Le attuali tecniche di microchirurgia necessitano di fori di piccolissime dimensioni (inferiori al millimetro), diminuendo il trauma chirurgico.

Attraverso questi fori possono passare sottilissimi strumenti (pinze, forbici, aspiratori, sonde laser, sistemi di illuminazione) che consentono l’esecuzione dell’intervento. Viene asportato il vitreo alterato e sostituito prevalentemente con soluzioni saline. Tale metodica consente di operare anche casi più complessi

di distacco retinico: casi in cui le trazioni vitreali sono più marcate, con retine più irrigidite, con presenza di dense membrane all’interno del vitreo o in presenza di emorragie vitreali.

Nel corso dell’intervento, una volta riportata la retina in sede possono essere eseguiti trattamenti laser delle rotture retiniche (endolaser).

Spesso alla fine di una vitrectomia è necessario iniettare in camera vitrea dei particolari gas (C3F8 o altri) che hanno la funzione di stabilizzare la retina nel primo periodo post-intervento. Questi gas vanno incontro ad uno spontaneo riassorbimento in periodi variabili (10-30 giorni).

In casi più complessi al posto dei gas può essere necessario al posto dei gas utilizzare dell’olio di silicone a varia densità. Questo tipo di evenienza prevede un secondo intervento a distanza di tempi variabili, per asportare l’olio di silicone.

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